Programma Amministrativo versione 1.1

Una Città in Comune, lista di Cittadinanza di sinistra e dal basso, si è presentata alle elezioni comunali fiorentine del 25 maggio 2014 con la proposta di un progetto politico partecipato, inclusivo, che veda i cittadini al primo posto nella gestione della cosa pubblica.
Esempi di autodeterminazione dei cittadini sono stati i recenti referendum contro il nucleare, quello contro la privatizzazione dell’acqua e quello contro il tentativo di modificare la Costituzione nel 2006. Il programma di una lista non può essere solo dichiarato nella campagna elettorale ma va verificato, integrato e, nel caso, modificato attraverso il confronto continuo con i cittadini. Per questo intendiamo lasciarlo online, discuterlo con tutti coloro che vorrano dare il loro contributo e aggiornarlo periodicamente.
Ci sembra questa la strada da ripercorrere, quella di un allargamento della partecipazione dei cittadini che Aldo Capitini definiva “potere di tutti”.

In un periodo in cui si assiste a una sempre maggiore personalizzazione della politica, Una Città in Comune rifiuta ogni tipo di leaderismo e mira a ricostruire un pensiero collettivo e una cultura politica diffusa ripartendo dalle persone.

1- Cultura

Il Pensiero Unico neoliberista, patrimonio intellettuale del centro-destra da ormai tre decenni, pervade senza rimorsi anche il centrosinistra storico.
Il Pd renziano lo condivide apertamente e concepisce la Cultura come pura merce sul mercato.
Così la Cultura è considerata un costo da tagliare quando è conoscenza umanistica, emancipazione, scuola pubblica, ovvero quando non organica all’aumento del Pil, mentre la conoscenza scientifica è declassata a mera tecnica e delegata all’imprenditoria.
I beni ambientali, storici e artistici sono considerati puro oggetto di marketing, “brand”, che il Sindaco/A.D. dovrebbe gestire disinvoltamente con fini prettamente economici nell’ambito della speculazione globale oppure come commissario di un perenne risanamento aziendale.
Luoghi ed edifici che sono patrimonio dell’umanità intera vengono affittati, oltretutto per somme irrisorie, a super-ricchi che ne ignorano o disprezzano il valore culturale e ne fanno “location” alla moda per eventi esclusivi, alla faccia delle difficoltà economiche della maggior parte degli italiani.
Per noi la Cultura è un “bene comune”. Cultura come diritto all’emancipazione sociale tramite la conoscenza umanistica e scientifica di tutte e di tutti attraverso l’istruzione, gli istituti pubblici, l’arricchimento personale. Cultura dei beni materiali, storico e artistici come patrimonio collettivo da non consumarsi sul massivo ed esclusivo mercato turistico ma da conservare, valorizzare e utilizzare come patrimonio formativo di nuova creatività e conoscenza. Beni materiali e immateriali, valori non più gestibili con gli strumenti giuridici tradizionali del pubblico e del privato, ma con dei nuovi espressi dal basso.
Pensiamo che dello spirito rinascimentale fiorentino a cui tanti fanno riferimento occorra recuperare soprattutto il felice connubio fra dimensione municipale partecipata e sviluppo dei cittadini nella dimensione delle arti e dei mestieri all’interno di un pensiero fortemente critico e speculativo.
In questo quadro proponiamo:

  • Provvedimenti tecnico legislativi e bandi per incentivare tutte le forme di produzione locali in ambito artistico: dalla musica, all’arte plastica, al digitale, al design, all’artigianato, alle attività di conservazione, restauro e valorizzazione dei beni archivistici e architettonico-ambientali. Non in una dimensione competitiva globale e finanziariamente speculativa, ma destinati a creare un tessuto economico e culturale permanente e diffuso su tutto il territorio;
  • Il recupero e l’utilizzo degli immobili comunali dismessi, non ad uso abitativo, per la realizzazione di laboratori e studi, nella visione del coworking, concedendoli in uso alle iniziative e progetti culturali precedentemente proposti, sottraendoli allo stesso tempo alla speculazione edilizia. Ad esempio, presso l‘ex Cinema Manzoni per valorizzare e recuperare il quartiere, si potrebbe proporre un centro culturale così strutturato:
    1. Biblioteca Cinema Manzoni sul modello della Biblioteca Sala Borsa di Bologna  Quindi una biblioteca inclusiva, come luogo di democrazia; gli ambienti devono essere ampi e accoglienti, i libri più accessibili, così da proporsi come luoghi in cui la cultura è per tutti e tutti collaborano a produrre cultura attraverso lo scambio. Ovviamente bar, luoghi di incontro, postazioni internet etc. Avremmo pertanto una grande Biblioteca centrale (Oblate) e due grandi nei quartieri (Isolotto e Rifredi). Si comincerebbe a disegnare una struttura bilanciata dell’offerta culturale.
    2. Sala Prove Cinema Manzoni sul modello del Sonoria presso la Bibliotecanova che sta avendo molto successo. Le sale prove ben attrezzate per musicisti sono rare a Firenze. Questa potrebbe inoltre essere aperta anche a non musicisti che possono ascoltare dischi, disporre di una sala multimediale (PC, internet Wi-Fi, videoproiettore).
    3. Laboratorio Teatrale Cinema Manzoni come era ai tempi del Goldoni. Pertanto individuare degli spazi all’interno come sala per prove, corsi e laboratori.
  • Un programma di interscambio e partenariato non episodico, bilaterale fra realtà artistiche, culturali e produttive a livello europeo e mediterraneo. Perché i giovani possano fare esperienze internazionali in ambito di studio e di lavoro con la prospettiva di un ritorno in un ambiente vivo e stimolante, così come, al contempo, giovani stranieri possano alimentare i laboratori e le realtà creative locali in una sorta di fusione di culture;
  • La valorizzazione di tutte le attività di conservazione, manutenzione, gestione e valorizzazione dei patrimoni culturali diffusi sul territorio, degli archivi, delle raccolte delle biblioteche, dell’artigianato di qualità; Ad esempio sono ormai oltre 10 anni che si parla di destinare gli spazi dell’ex Panificio Miltare alla emeroteca della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (BNCF). I quotidiani e i periodici della BNCF fino al 1999, nonché i fumetti, sono conservati presso la casermetta del Forte Belvedere. Tuttavia, per motivi logistici dal febbraio 2013 è sospesa la distribuzione di tutto il materiale conservato presso l’Emeroteca del Forte di Belvedere. Ovviamente avere a disposizione uno spazio dedicato unicamente alla consultazione libera di tutti i periodici della BNCF, presidiato da personale qualificato e con un orario di apertura 8-18, sarebbe di grande aiuto per i cittadini, gli studiosi, gli studenti e tutti coloro che fanno ricerca sulle fonti originali. Successivamente sul progetto originale, e data anche la disponibilità di spazi, l’Associazione Italiana Biblioteche – Sezione Toscana ha proposto un progetto di magazzino condiviso, ovvero un magazzino presidiato e strutturato ove siano conservate, in unica copia, le pubblicazioni che sono nei magazzini della Biblioteca dell’Istituto Universitario Europeo, nelle biblioteche universitarie e in tutte le biblioteche della città. Inoltre, tali spazi potrebbero ospitare anche le due copie di ogni pubblicazione che gli editori inviano per ottemperare alla legge regionale sul deposito legale alla Biblioteca Marucelliana, il cui magazzino a Reggello è ormai saturo (infatti le scatole contenenti le ultime copie del deposito legale sono ospitate presso il magazzino della Biblioteca della Giunta). I libri, per legge fisica, occupano spazio e lo spazio costa: questa tuttavia non è una ragione sufficiente per mandare al macero, inscatolare e cancellare la memoria della città e del territorio. Esempio di raccolta storiche da salvare e valorizzare è anche la biblioteca Chiarugi di San Salvi, vera e propria memoria della tragedia manicomiale e della evoluzione della psichiatria. In essa sono conservate le cartelle cliniche dei pazienti, le principali opere scientifiche, libri e riviste, relative alla psichiatria dall’anno della fondazione (1891) in poi fino ad arrivare alle opere dell’antipsichiatria della seconda metà del novecento e anche copie del giornale ciclostilato redatto da pazienti, medici e infermieri negli ultimi anni prima della chiusura del complesso.
  • La riqualificazione e regolamentazione dell’afflusso turistico, perché non sia unicamente un distruttivo e parassitario assalto di cavallette o un élitario ed esclusivo soggiorno ma si incentivi la permanenza e una visita culturale non solo consumistica;

La cultura in tutti i suoi aspetti è una risorsa tanto più per Firenze e i suoi cittadini quanto più sarà sviluppata una rete consolidata e duratura di iniziative che possano produrre posti di lavoro non precari e nuova conoscenza e creatività condivisa. Quanto investito in occasionali e precarie scintillanti iniziative come il G8 può finanziare ampiamente ben più duraturi e utili progetti sul territorio.

 

2- Beni comuni e diritto all’utilizzo del bene pubblico.

Non si garantisce la serenità di una vita collettiva armando i vigili urbani, ma solo riappropriandosi degli spazi e luoghi fisici, culturali e di aggregazione della città, partendo da percorsi graduali di corresponsabilità nella loro gestione .

http://www.meltingpot.org/La-Carta-di-Lampedusa-18912.html

Con spending review e fiscal compact i Comuni hanno sempre meno risorse utilizzabili per la gestione del proprio patrimonio.
In molti casi, queste ristrettezze finanziarie sono utilizzate come scuse per accelerare il processo di dismissioni e privatizzazioni già avviato da diversi anni. Si tratta di una strategia di breve respiro, che non risolve i problemi di fondo ma impoverisce il patrimonio pubblico e, in ultima analisi, la cittadinanza stessa.
Nel caso del patrimonio immobiliare (terreni e fabbricati), i cittadini si vedono sottrarre la sovranità di beni che avevano consegnato integri alle Amministrazioni. Questi beni, dopo anni di gestione privatistica votata al dissesto, all’abbandono e all’accumulo di debiti, vengono alienati sottocosto, senza che sia nemmeno tentato un loro recupero.
Con le privatizzazioni si alimenta anche un sistema di clientele: si compiacciono gli “amici” in cambio di favori, si sistemano familiari e compagni di partito nei CdA di aziende partecipate… Tutto ciò con grande svantaggio per i cittadini, che si vedono sottrarre il controllo sui servizi essenziali e accollare debiti di cui non hanno alcuna responsabilità.
Qualsiasi forza politica che si pone in una posizione di discontinuità con quanto suddetto non può non partire da due elementi chiave: l’audit del debito e un nuovo coinvolgimento degli abitanti nella gestione dei beni che insistono nel territorio dove vivono.
L’audit è indispensabile per stabilire la parte di debito assunto per perseguire interessi diversi da quelli del bene collettivo, nella piena consapevolezza dei creditori e nell’incoscienza dei cittadini. A Firenze, un’operazione determinata in questo senso, che chiama direttamente in causa gli attori che hanno causato il dissesto, darebbe vita e primi fondamenti anche qui in Italia a una visione completamente nuova del concetto e delle responsabilità di amministratori, prestatori e creditori, causando forzatamente uno spostamento delle risorse dalle opere pensate solo per divorare soldi a quelle che invece rafforzano l’economia locale e perciò entrate per le Amministrazioni, per non parlare dell’immediato sgravio per le casse comunali.
Attraverso un censimento di tutti gli immobili, terreni e proprietà pubbliche totalmente o parzialmente inutilizzate, pensiamo che si possa promuovere un riutilizzo di questi beni per scopi sociali ed economici.
Il coinvolgimento degli abitanti si pone nell’ottica della autodeterminazione e dell’autorecupero, ormai indispensabili anche per le popolazioni dell’occidente sviluppato, che subiscono le stesse logiche imposte ai popoli dei paesi cosiddetti meno sviluppati. Un coinvolgimento non solo di opinione ma soprattutto fattivo, con le Amministrazioni che assegnano, senza rinunciare alla proprietà, ai cittadini interessati per attaccamento al territorio e/o necessità, i beni che non riescono a recuperare, mantenere e mettere a frutto direttamente. Anche questa operazione genera un rafforzamento dell’economia locale, la sottrazione del territorio alle operazioni di speculazione e l’arresto del consumo di territorio. Nel caso dei fabbricati si ottiene una risposta fattiva, utile e partecipata all’utilizzo delle tante aree dismesse di diversa natura, nonché la possibilità di creare e recuperare abitazioni anche attraverso l’uso intenso e supervisionato dei lavori in economia e comunque con l’obbligo al ricorso di tecniche per il risparmio energetico, con conseguente forte abbattimento dei costi per i conduttori nel lungo termine.
Per quanto riguarda i terreni, è necessario bloccare e revocare ovunque possibile le nuove concessioni edilizie e arginare l’impermeabilizzazione del territorio, favorendo al contempo in ogni modo un nuovo utilizzo agricolo, anche attraverso la concessione gratuita, soprattutto nel caso delle aree periferiche, con obbligo di ricorrere alla bioedilizia per permettere di abitare la terra a chi la lavora. Tutte le nuove costruzioni su terreni pubblici sono di proprietà pubblica e chi le costruisce gode soltanto della loro concessione gratuita, con l’obbligo alla buona conduzione dei terreni nel rispetto degli ecosistemi e alla manutenzione delle costruzioni realizzate per garantire la trasmissione dei beni nel tempo, anche extrafamiliare, nel caso non sussistano i requisiti per la trasmissione familiare.
Tutte le opere di recupero suddette devono essere totalmente sgravate da qualsiasi onere concessorio. Nell’ottica del perseguimento della conservazione e trasmissione dell’esistente e della creazione di lavoro locale e ricchezza diffusa, anche gli interventi di ristrutturazione senza frazionamento degli immobili privati devono essere sgravati dagli oneri concessori. Il mancato gettito causato dallo sgravio degli oneri concessori è compensato con l’aumento progressivo dell’imposta sul possesso di abitazioni diverse da quella principale e di lusso.

 

3- Casa

È impossibile affrontare qualsiasi altro tipo di discorso sulla vivibilità della città senza risolvere il problema dell’abitazione che affligge una parte sempre maggiore dei cittadini.
La casa rappresenta il centro della vita di ciascuno.
L’articolo 3 della Costituzione italiana specifica che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”: per questo le Amministrazioni Pubbliche hanno il dovere di fare ogni sforzo possibile per garantire una dimora decente a tutte e tutti.
Quando parliamo del problema abitativo e del diritto alla casa, parliamo di persone che non sono più economicamente autosufficienti e che vivono sulla soglia della miseria. Parliamo di nuclei di persone, italiane e non, che non hanno un tetto sopra la testa.
Queste situazioni sono ogni giorno più numerose a causa della crisi economica, delle riduzioni progressive degli ammortizzatori sociali, della riforma peggiorativa del sistema pensionistico.

Siamo contrari all’alienazione delle case popolari che sono un bene comune e devono rimanere della collettività. L’affidamento degli immobili a Casa SpA, oltre ad essersi dimostrato economicamente svantaggioso, rappresenta nei fatti una privatizzazione di questo patrimonio.
Proponiamo che gli inquilini stessi delle case popolari siano coinvolti nella gestione degli ambienti in cui vivono e che le assegnazioni siano fatte in modo da evitare la formazione di situazioni-ghetto, come succede nel caso di stabili popolati solo da anziani.
I quartieri devono diventare luoghi di integrazione, con spazi per la socializzazione e la condivisione.

In 50 anni i residenti nel Comune di Firenze si sono ridotti di circa 100.000 unità; eppure, anche negli anni recenti, è continuata la costruzione di nuovi palazzi, con conseguente crescita della città, cementificazione e privatizzazione del territorio. Questi due semplici dati indicano che il mercato immobiliare è un mercato distorto, non in grado di autoregolarsi, soprattutto perché banche e assicurazioni detengono grosse fette delle unità abitative in città, costituendo di fatto un impero monopolistico che manovra la vita delle persone.
L’amministrazione cittadina può svolgere un’azione importante di regolazione del mercato attraverso un’azione di recupero di tutti gli immobili pubblici al momento non utilizzati. http://www.meltingpot.org/La-Carta-di-Lampedusa-18912.html
Accanto all’opera di recupero diretto da parte dell’Amministrazione per le fasce meno abbienti con la creazione di alloggi popolari, è necessario sperimentare forme di autorecupero da parte dei cittadini singoli o consorziati che hanno a disposizione un piccolo capitale e che usufruendo di una concessione in comodato gratuito possono avviare una ristrutturazione, eseguita utilizzando l’uso intenso e supervisionato dei lavori in economia, comunque con l’obbligo al ricorso di tecniche per il risparmio energetico, con conseguente forte abbattimento dei costi per i conduttori nel lungo termine e dell’inquinamento.
L’autorecupero concordato del patrimonio pubblico non sottrae beni alla comunità, anzi, ne aumenta il valore, permette alle persone, anche a chi non gode di ingenti capitali iniziali, di pianificare la propria vita nel lungo termine; non consuma ulteriore territorio; contrasta la progressiva concentrazione della proprietà immobiliare nelle mani di pochi grandi gruppi; promuove una nuova democratizzazione della programmazione urbanistica.
Questo tipo di approccio produce un maggiore coinvolgimento delle imprese locali, che affiancano l’attore dell’autorecupero, generando un sostegno importante all’economia locale e diversificata; contribuisce alla diffusione delle tecniche del risparmio energetico, abbassandone il costo nel tempo; ricostruisce il senso di appartenenza al luogo e al quartiere dove si abita; restituisce una dimensione popolare e vissuta ad aree che hanno perso la propria identità e coesione sociale.
L’autorecupero supervisionato è scuola di formazione e conoscenza, elementi fondanti del percorso di indipendenza e liberazione delle persone, condizioni essenziali per la piena espressione del proprio potenziale da condividere con il resto della comunità, sentimento che si esprime anche attraverso la condivisione degli spazi, come nel caso del cohousing.
L’autorecupero improntato al risparmio energetico e allo sfruttamento di fonti energetiche rinnovabili, come solare elettrico, termico e microeolico, alimenta la consapevolezza dell’importanza della salvaguardia dell’ambiente, libera le città dall’inquinamento e dalla dipendenza energetica, trasforma l’ansia per l’aumento dei costi energetici e il deterioramento delle condizioni ambientali, in un sentimento di fiducia nel futuro.
L’autorecupero si pone l’obiettivo di sviluppare un’alternativa per chi è costretto dalla necessità di occupare alloggi e stabili pubblici o privati, con conseguente inasprimento dei conflitti sociali e inevitabile campagna di criminalizzazione. È un patto con regole precise fra Amministrazione e cittadini di buona volontà che sono determinati a investire parte delle proprie risorse e tempo per risolvere un problema centrale della loro vita.

Anche per quanto riguarda il problema degli affitti il comune può intervenire in molte maniere:

  • attuando politiche fiscali e tariffarie che incoraggino le locazioni;
  • facendosi garante presso i piccoli proprietari;
  • intervenendo con azioni mirate in sostegno agli inquilini in difficoltà ed impedendo gli sfratti per morosità incolpevole.

Riteniamo invece controproducente l’erogazione di contributi per l’affitto a fondo perduto non inserita in una politica complessiva di agevolazione alle locazioni.

 

4- Cittadinanza, socialità e accoglienza

Quando l’altra persona è Felice sono più Felice anche io
OGNI ESSERE UMANO NASCE LIBERO DI CRESCERE, VIVERE E MORIRE DOVE VUOLE!
Non esistono frontiere o leggi che possano impedire agli esseri umani di essere liberi. (Carta di Lampedusa).

Ogni comunità deve dare a tutti la possibilità di circolare, transitare e vivere, garantendo i servizi essenziali e il rispetto della dignità umana, riconoscendo
la natura, la cultura e le abitudini di ogni persona.
In quest’ottica per noi la presenza dei migranti non può essere considerata un problema di ordine pubblico ma un’occasione di arricchimento
culturale e stimolo per la costruzione di una società più solidale.

DIRITTO ALLA PRIMA ACCOGLIENZA DI PERSONE E NON NUMERI
(Fraternità Internazionale)
Qui si parla di accoglienza di persone, che non sono libere di andare dove vogliono, ma che sono costrette a spostarsi a causa di guerre, povertà e conflitti
Non di accoglienza come politica assistenziale, ma come riconoscimento della soggettività perché siamo tutte e tutti unici e irripetibili. Riteniamo che tutte le persone abbiano il diritto a essere accolte a partire soprattutto dalle persone piccole…
Ogni comunità cittadina deve garantire il rispetto della dignità umana, riconoscendo la natura, la cultura e le abitudini di ogni persona. L’attuazione del principio di autodeterminazione si fonda proprio sul principio del riconoscimento della libertà individuale e collettiva a gestire i propri spazi temporali e fisici.
Per questo crediamo che ogni quartiere debba avere le proprie strutture socio-sanitarie di riferimento per aiutare i soggetti più deboli. Su queste strutture si deve investire, non continuare a tagliare e privatizzare. Un esempio lampante della pessima gestione politica di questa città in tema di sanità è il Quartiere 3.
Nel quartiere più esteso di Firenze, quello di Galluzzo-Gavinana, manca dal 2007 un presidio sanitario e, piuttosto che porre rimedio, si continua a smantellare le strutture esistenti, ultima in ordine di tempo quella fisioterapica di piazza Elia dalla Costa.
Anche in questo caso, come in quello relativo all’emergenza abitativa e alla gestione degli edifici ‘socialmente recuperabili’, basterebbe utilizzare l’edificio di proprietà comunale di 2.300 metri quadri e 8.000 metri cubi chiamato Ex3 che sorge al centro di Gavinana e che da quasi due anni è vuoto.
Le carceri italiane sono in una situazione di allarme continuo da decenni a causa di politiche inadeguate e di un orientamento unicamente punitivo degli istituti detentivi. Motivi per cui siamo già da tempo oggetto di gravi sanzioni economiche da parte dell’Unione Europea.
Noi riteniamo inaccettabile la violazione dei diritti umani, in qualunque luogo e modo essa sia perpetrata, così come la violazione dell’art. 27 della nostra Carta Costituzionale che impone che le pene non possano essere contrarie al senso di umanità e devono rieducare il condannato.
Per questo proponiamo, in seguito a un monitoraggio della situazione carceraria fiorentina, la realizzazione di progetti formativi e di reinserimento nel mondo del lavoro dei detenuti/e e, dove possibile, provare a costruire proprio dentro gli istituti di pena dei laboratori delle arti e dei mestieri.

5 – Mobilità

Un trasporto pubblico efficiente e capillare e infrastrutture adeguate per la mobilità privata leggera sono prerequisiti essenziali per la vivibilità della città e la ripresa dell’economia locale. L’invasione delle auto ha ucciso i quartieri, rendendoli inospitali e insalubri e trasformandoli in dormitori, immensi parcheggi e arterie di scorrimento.
Favorire e rendere sicuri gli spostamenti a piedi, in bicicletta e in autobus significa recuperare un senso di appartenenza al luogo in cui si vive e alle tante attività economiche, ludiche e sociali che vi si svolgono.
Una nuova visione della mobilità in città, non fondata soltanto sul consumo materiale e sulla dicotomia centro/vetrina – periferia/dormitorio, contribuisce a ridurre le spese di spostamento delle famiglie e rende inutili opere invasive e costose come i parcheggi sotterranei.
Tutta la mobilità per i fiorentini, per i pendolari che si recano quotidianamente a Firenze dai comuni limitrofi per motivi di studio, lavoro o altro, e per gli stessi turisti, deve essere elaborata in modo integrato.
Occorre dunque:

  • difendere i marciapiedi dalla sosta selvaggia delle automobili che rende difficoltosa il passaggio dei pedoni, soprattutto dei bambini, degli anziani e dei disabili;
  • favorire la mobilità per le persone con disabilità motoria o in altro modo svantaggiate, con un reale abbattimento delle barriere architettoniche, oltre che negli edifici pubblici, anche nei marciapiedi e nei parcheggi; eliminare la tessera FIPARK per i portatori di handicap e fornire informazioni tempestive e gratuite, anche per via informatica e/o multicanale sui servizi via via implementati a loro vantaggio;
  • rafforzare la rete delle piste ciclabili, collegando i tratti già esistenti, incrementandone l’estensione e sperimentando ogni forma possibile di integrazione fra mobilità ciclabile e trasporto pubblico; a questo proposito abbiamo firmato il patto proposto da FirenzeinBici.
  • favorire un tipo di trasporto circolare, in modo che il centro, e in particolare Piazza San Marco e la Stazione SMN, non diventino luoghi obbligati di interscambio per chi non deve fermarsi nel centro di Firenze. Collegare tra loro le porzioni periferiche della città è possibile (pensiamo ad esempio a percorsi tipo quello delle linee 3 – 8 – 56 – 60). Senza una tappa centrale obbligata i tempi di percorrenza si riducono e il traffico si alleggerisce;
  • potenziare le linee di autobus cittadini già esistenti, razionalizzando i percorsi in modo che siano favorite le tratte che collegano luoghi importanti per il vivere quotidiano, come ad esempio gli ospedali, le sedi degli uffici pubblici, le scuole e realizzando altre corsie preferenziali, in modo da rendere più veloci le percorrenze;
  • potenziare i bussini elettrici per la mobilità nel centro storico semplificandone i percorsi, attualmente troppo tortuosi;
  • investire realmente sulla tramvia ottimizzandone i percorsi e modificando i tracciati stabiliti. Il progetto attuale della linea 3 prevede l’attraversamento del centro storico con la collocazione dei binari accanto al Battistero e il passaggio nella zona Statuto/Piazza Leopoldo, dove non esistono strade sufficientemente larghe. Sarebbe assai preferibile, invece, realizzare una diramazione della linea 2 che, partendo da largo Gordigiani, arrivi al sottopasso di piazza Dalmazia e poi, utilizzando questo in binario unico e sede propria, riemerga in viale Morgagni per giungere a Careggi;
  • valorizzare le strutture ferroviarie esistenti, come le sette stazioni cittadine e le diramazioni regionali. Il loro potenziamento, insieme allo sviluppo fino a Campi Bisenzio della tratta dismessa presente nella zona ovest della città e l’integrazione con le tramvie, doterebbe l’area metropolitana di una rete di collegamenti completa.
  • pretendere da parte della Regione un impegno concreto per la difesa e il potenziamento del trasporto locale su ferro. Materiale rotabile e orari del servizio devono essere compatibili con le necessità dei pendolari;
  • evitare la costruzione di grandi opere pericolose e prive di relazione utile col territorio. Siamo dunque nettamente contrari al progetto di sottoattraversamento fiorentino della AV e al progetto di stazione Foster, preferendogli, nel caso, il percorso in superficie. La stazione Foster, nella sua localizzazione ai Macelli, risulterebbe tra l’altro completamente avulsa dal traffico ferroviario tradizionale e costringerebbe i passeggeri in arrivo da tutta Italia a un faticosissimo interscambio per raggiungere le diverse mete della Toscana;
  • realizzare una completa integrazione di orari e tariffe a livello intercomunale o addirittura regionale (si pensi all’esempio del Trentino-Alto Adige), con adeguata e tempestiva informazione agli utenti delle offerte fornite dal servizio di trasporto pubblico;
  • favorire il raggiungimento dell’aeroporto di Pisa mediante potenziamento del collegamento ferroviario e reintrodurre la possibilità di effettuare check-in e consegna bagagli per i voli presso la stazione di Firenze, come già era possibile in passato;
  • liberare le strade di Firenze (ad esempio il lungarno Pecori Giraldi) dall’assedio dei bus granturismo spesso parcheggiati in seconda fila con motore acceso per la salita e la discesa dei passeggeri, istituendo un servizio di navette che trasporti i turisti verso i parcheggi di effettiva sosta;
  • limitare il transito degli autobus panoramici a due piani alle zone in cui non interferiscono pesantemente con la vivibilità dei quartieri e la vita quotidiana dei cittadini.

 

6 – I rifiuti, non più un problema ma una risorsa

Quello che noi di Una Città in Comune proponiamo per la gestione dei rifiuti è un cambiamento culturale e una metodologia concreta in perfetta sintonia con le normative europee e nazionali.
Le scelte del Comune di Firenze e della Regione Toscana in materia di Gestione Rifiuti sono state a oggi ottuse e irrazionali, fin troppo “interessate”: volte ad assecondare costruttori senza scrupoli e favorire società pubblico-private riconducibili ad aree di partito, con il risultato di aver investito su tecnologie ormai obsolete. In città si è scelto di devastare piazze e vie per sotterrare nel suolo le enormi campane per la raccolta rifiuti, con costi colossali.
Il Piano interprovinciale dei rifiuti propone ancora discariche e inceneritori che inquinano l’aria con emissioni incontrollate, avvelenano i suoli e le falde acquifere e impediscono il recupero di tutti quei materiali che potrebbero essere riutilizzati.

Fermare gli inceneritori in funzione e gli impianti industriali che bruciano rifiuti e cancellare la scelta prevista del forno di Case Passerini e Testi è l’unica soluzione per garantire la diminuzione degli inquinanti che ormai nella piana fiorentina hanno raggiunto dei livelli molto superiori ai limiti di legge.
Le risposte che diamo sono estremamente concrete, immediatamente realizzabili, sicure, ispirate ai dieci passi della strategia “Rifiuti zero“ adottata in Italia già da 205 comuni e coinvolgente più di 4 milioni di abitanti e all’estero anche da grandi municipalità del calibro di San Francisco
Esperienze ormai consolidate dimostrano che la riduzione dei rifiuti si può fare: piccoli gesti quotidiani possono portare alla riduzione della produzione dei rifiuti urbani consentendo il riutilizzo dei beni che possono avere ancora vita utile.
Favorire la raccolta differenziata, inoltre, responsabilizza i cittadini e le attività economiche e aiuta a creare una cultura più rispettosa dell’ambiente.
Tra le proposte che facciamo c’è la formazione di un distretto specializzato per il recupero e il restauro degli oggetti e l’utilizzo delle cosiddette materie seconde per dare nuova vita ai rifiuti, utilizzando a questo scopo spazi di proprietà pubblica dismessi o abbandonati.
Siamo certi infine delle ricadute occupazionali stabili e durature che una raccolta differenziata “porta a porta” nei singoli quartieri può favorire.

 

7 – Lavoro

In Italia e in Europa è in atto da tempo una progressiva erosione del diritto al lavoro, principio fondante della Costituzione.
Sono state progressivamente introdotte tipologie di contratto che, pur legalmente riconosciute, non rispettano di fatto i diritti e la dignità del lavoratore.
Riteniamo che l’Amministrazione Pubblica, nell’assunzione del proprio personale, debba astenersi dal ricorso a questi strumenti.
Siamo altresì del parere che il Comune di Firenze non debba utilizzare personale precario per far fronte a carenze strutturali di organico, come invece in pratica consentito dagli ultimi provvedimenti governativi in materia.

http://unacittaincomunefirenze.it/job-act/

Gli incarichi diretti altamente retribuiti conferiti dalle Amministrazioni a professionisti terzi diminuiscono le risorse economiche a disposizione e disperdono competenze a scapito della professionalità interna che risulta invece scarsamente valorizzata.
Le esternalizzazioni dei servizi generano un aumento dei costi per l’amministrazione e di conseguenza per i cittadini-utenti, creano un abbassamento degli standard qualitativi e mettono in una situazione di sfruttamento e ricattabilità il personale utilizzato.
Riteniamo che il Comune debba tutelare il diritto dei lavoratori a poter usufruire di tempo libero da dedicare alla famiglia o ai propri interessi, contrastando la sempre maggiore tendenza all’apertura indiscriminata degli esercizi commerciali nelle festività.
All’interno della complessa ristrutturazione messa in cantiere dal Governo sulle Province e nell’ambito delle nuove competenze che probabilmente saranno ridisegnate per i Comuni, auspichiamo la possibilità di un intervento incisivo e costruttivo su tutti gli organismi deputati alla gestione del Lavoro sul territorio nazionale, in particolare una rimodulazione dei Centri per l’impiego, attualmente di competenza provinciale.
I CPI sono strutture pubbliche non funzionanti: in Italia registrano un tasso di collocamento del 3%, a Firenze dell’8%, facendosi ampiamente scavalcare dalle agenzie interinali.
Attualmente servono prevalentemente a certificare il ricorso agli ammortizzatori sociali e a consentire la distribuzione dei contributi pubblici.
Spesso utilizzate negli anni come carrozzoni di Stato, costituiscono comunque la prima interfaccia, spesso l’unica, con la quale migliaia di lavoratori sono costretti a confrontarsi per la ricerca di un lavoro.
Come tutti sanno sono organizzati a compartimenti stagni: da un lato raccolgono un’enorme quantità di currricula ma poi non sono attrezzati per attivare un vero e costante canale di comunicazione e di raccordo tra le imprese e i lavoratori, che sono abbandonati di fatto a se stessi, senza alcun supporto concreto.
Nei limiti delle competenze comunali già in essere e di quelle nuove che si delineeranno, ci proponiamo di rendere più efficaci strumenti come i CPI e di attivare un tavolo di confronto costante con tutte le realtà economiche e le imprese del territorio, per un monitoraggio continuo del meccanismo di domanda-offerta, per una approfondita pianificazione delle strategie di intervento sui settori produttivi, per la loro riqualificazione e ristrutturazione e valutando ogni volta le possibili ricollocazioni occupazionali.
A questo si aggiunge la volontà di promuovere percorsi formativi seri e qualificanti che semplifichino l’ingresso nel mondo del lavoro, in particolare per i giovani, le donne e quei lavoratori rimasti fuori dal mercato del lavoro in età più avanzata.
Siamo però del parere che Servizio Civile, stages e tirocini vari non debbano costituire una forma velata di sfruttamento del lavoro né un modo per evitare nuove assunzioni nelle strutture pubbliche e nei servizi.
Anche la qualità delle proposte di formazione provenienti dal privato andrebbe valutata con estrema attenzione.
Una delle nostre priorità è l’attenzione al mondo del lavoro dal punto di vista della sicurezza e del rispetto di tutte le norme vigenti per la tutela dei lavoratori.
Ci riproponiamo di attivare tutti i canali possibili tra quelli esistenti e studiarne di nuovi perché l’attenzione sia sempre massima, soprattutto negli ambiti che possono generare lavoro nero e sfruttamento dei lavoratori, soprattutto immigrati, per evitare incidenti, morti, vere stragi, come purtroppo già successo.

8 – Artigianato, piccolo commercio, produzioni locali ed economia diffusa

Nei centri delle nostre città, dalle piccole alle grandi, le uniche insegne che ci appaiono sono ormai quelle delle grandi catene commerciali. Biancheria intima, calze, jeans, scarpe, vestiti, fast food e caffè: i marchi e le marche sono sempre gli stessi, in Italia, in Europa, nel mondo intero.
Le produzioni locali, il piccolo commercio e l’artigianato vengono annientati anche tramite scelte amministrative e politiche sempre più lontane dagli interessi dei cittadini e sempre più assoggettate al mercato globale.
Nelle periferie si costruiscono grandi centri commerciali che certamente non qualificano le aree interessate: al contrario, richiamando gli abitanti fuori dal proprio rione, distruggono quei legami sociali che il quartiere garantiva con le proprie botteghe e con i propri artigiani.
Ciò può generare anche un problema di sicurezza: le strade si svuotano di persone e si riempiono di auto diventando sostanzialmente terra di nessuno, con il conseguente aumento della criminalità e dell’indifferenza per i beni pubblici.
Attualmente, inoltre, molte grandi opere come stazioni, parcheggi e strutture sportive non vengono pensate in relazione alla città e ai bisogni degli abitanti, ma sono progettate come grandi contenitori per nuovi megastore.
Per queste cattedrali nel deserto è stato coniato il nome di “non luoghi”.
Si pensi che i piani fuori terra e il primo piano interrato del progetto della fantomatica Stazione Foster verrebbero dedicati al grande commercio:

Oltre ai mercati rionali, sono ormai quasi del tutto scomparsi i piccoli supermercati di quartiere, che venivano incontro a una esigenza di contenimento dei prezzi ed erano allo stesso tempo inseriti nel contesto abitativo, risultando facilmente raggiungibili da tutti anche senza l’uso del mezzo privato.
I posti di lavoro che si creano nella grande distribuzione sono in gran parte temporanei, mal retribuiti e con scarse garanzie per il lavoratore. Tutti gli studi su questo settore dimostrano che per ogni posto di lavoro creato nella grande distribuzione spariscono tre posti nel commercio di prossimità.
Va poi sottolineato che la liberalizzazione esasperata di orari e licenze porta verso una competizione spietata in cui sono i piccoli a soccombere.
Per quanto riguarda la tenuta economica del territorio, ricordiamo che la maggior parte delle produzioni locali non trova spazio nella grande distribuzione. Gli ipermercati richiedono volumi di prodotto non compatibili con l’attività di aziende di piccole dimensioni, offrono prezzi che non ripagano il lavoro del produttore e pagamenti molto dilazionati nel tempo.
L’esperienza dei gruppi di acquisto solidale ha mostrato che un rapporto più diretto tra produttore e consumatore garantisce riduzione dell’impatto ambientale, eque retribuzioni e una maggiore qualità dei prodotti.
I grandi marchi multinazionali sono nocivi all’economia locale anche perché spesso sfruttano la normativa vigente per praticare una sistematica elusione fiscale: una vera e propria “evasione legalizzata”.
In conclusione, pur riconoscendo che i supermercati rappresentano la soluzione giusta per alcuni consumatori con determinate esigenze, pensiamo che sia necessario fare ogni sforzo possibile per trovare un equilibrio fra le varie forme di commercio, senza che siano solo il libero mercato e le disponibilità finanziarie a modellare la fisionomia della nostra città.
Le attività economiche locali possono tornare a essere luoghi di aggregazione, di autorganizzazione e di confronto fra i cittadini. Nei quartieri possono nascere nuove idee e sentimenti di appartenenza verso luoghi familiari e accoglienti, dove la persona non è considerata solo per la sua capacità di spesa, ma soprattutto per il contributo che può dare per al miglioramento della vita di tutti.
In questo quadro l’amministrazione comunale può e deve svolgere un ruolo determinante. Vogliamo una città in cui l’Amministrazione lavori di concerto con le attività economiche di quartiere che vogliano diventare punto di riferimento per il cambiamento verso la mobilità sostenibile, la riduzione dei rifiuti, il risparmio energetico e la promozione di un’economia ricca di diversità, locale e solidale, perché questi sono gli unici principi su cui è possibile fondare il futuro e una nuova visione per la nostra città.
Di seguito alcune proposte concrete:
A) per bloccare la tendenza in atto:
– non concedere ulteriori spazi alla speculazione;
– impedire la penetrazione dei suddetti “non luoghi” nei centri urbani;
B) per sostenere i commercianti, gli artigiani e i produttori che resistono:
– attuare politiche di semplificazione amministrativa e riduzione tariffaria;
– puntare al pieno utilizzo dei fondi commerciali/laboratori artigianali agevolando i proprietari che affittano a prezzi accessibili;
– promuovere mercati di prodotti agricoli di vicinato;
– attuare politiche di sostegno alla cosiddetta “filiera corta” alimentare e non;
– contrastare il fenomeno dell’usura;
– vigilare contro il riciclo di denaro tramite attività imprenditoriali (esempio nel campo della ristorazione). Il fenomeno del riciclo, infatti, oltre ad essere condannabile di per sé, costituisce concorrenza sleale in quanto gli esercizi commerciali coinvolti non devono generare profitto, ma semplicemente provvedere al flusso di contante.
C) per favorire una economia diffusa e una cultura del riciclo/riuso:
– promuovere la rinascita di attività di manutenzione ad alta intensità di manodopera (rammendo, aggiustatura di scarpe, oggetti vari e piccoli elettrodomestici) che ritardano la trasformazione degli oggetti in rifiuti e che sono particolarmente utili alla cittadinanza in tempo di crisi;
– incentivare le iniziative di libero scambio/baratto praticate da singoli e associazioni;
– sostenere l’esperienza dei Gruppi di Acquisto Solidale;
– promuovere mercatini svuotacantine, per singoli non titolari di esercizi commerciali, come già praticato in tutta europa e in molti comuni toscani.

 versione 1.1

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