Grecia: un contributo alla discussione

Con le dimissioni del governo Tsipras e la scissione della minoranza di Syriza si chiude una fase decisiva per la Grecia e per i movimenti che si oppongono all’austerità nell’Unione Europea.

Come Una Città in Comune, consapevoli dell’estrema complessità della crisi greca, sentiamo l’esigenza di ribadire alcuni punti che possono contribuire alla discussione in atto nella sinistra e nei movimenti che si oppongono all’austerità.

1) La Grecia vittima sacrificale del nuovo disordine mondiale

Ci si aspettava molto dalla Grecia, forse troppo, vista la mancanza di un movimento internazionale di una certa consistenza in grado di garantire solidarietà e sostegno al tentativo di ribaltare le politiche liberiste degli stati europei e delle istituzioni internazionali. Tanto più che la Grecia, come l’Italia, si trova in una posizione periferica rispetto ai grandi movimenti dei capitali, in un quadro di regole europee concepite per favorire l’area dei paesi del centro-nord caratterizzati da strutture industriali compatibili con il modello economico tedesco.

D’altra parte, a partire dalla crisi dei “debiti sovrani” del 2009, è stato proprio lo stato ellenico, in quanto anello debole della zona Euro, a ritrovarsi al centro dei peggiori esperimenti economici maturati durante gli ultimi tre decenni di egemonia liberista: distruzione dello stato sociale, svendita del patrimonio pubblico, una politica nazionale “commissariata” dai centri di potere europei.

Il debito è diventata la principale arma di ricatto per giustificare la riduzione dello stato greco e del suo popolo in una condizione semi-coloniale.

Quando nel gennaio 2015, la Coalizione della sinistra radicale (Syriza), forza politica cresciuta durante gli anni degli scioperi contro i memorandum, si è imposta alle elezioni come primo partito ed è riuscita formare un governo con la quasi maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, in molti, noi compresi, hanno intravisto la possibilità che il muro europeo di rigore e austerità potesse essere scalfito.

2) Le trattative infinite, la vittoria storica del referendum e la capitolazione di Tsipras

La storia delle trattative tra il governo greco e i creditori dell’odiata Troika, subito ribattezzata dal governo di Syriza “le istituzioni” ha riempito i giornali per mesi e dovrà essere studiata a fondo.

Si sono intrecciate strategie ambigue, che non possono essere valutate con totale oggettività in questa fase.

Quello che è certo è che il governo greco, trovandosi in una situazione difficilissima in cui si è battuto da solo contro tutti gli altri governi dell’Eurozona e, lo ribadiamo, con scarsa solidarietà da parte dei movimenti e della sinistra europea, ha sottovalutato la capacità di accerchiamento dei governi europei nei confronti dell’unico governo dissenziente, alla guida di uno stato indebitato e con un’economia vicina al collasso.

Si è capito alla fine, ma lo si poteva intuire strada facendo, che la stessa Syriza non era attrezzata per uno scontro con un gigante e al suo interno non aveva concordato una possibile via d’uscita, il famoso piano B, in caso di fallimento dei negoziati.

La “svolta geopolitica”, cioè il possibile avvicinamento ai Brics e la rottura con la NATO (ipotesi molto più avanzate rispetto al dilemma “Euro sì-Euro no” a cui in genere si ferma il dibattito in Italia), sono state opzioni ventilate ma non costruite seriamente, forse anche per il timore dei rischi e delle incognite che avrebbero comportato.

Anche i risultati della “Commissione per la verità sul debito pubblico greco”, istituita dal Parlamento greco e presieduta da Eric Toussaint, che avevano smentito la bugia secondo cui il debito era cresciuto a causa delle enormi spese pubbliche e che i debiti indotti dai creditori con la corruzione dei precedenti governi erano illegittimi, sono stati ignorati dal governo, che non li ha utilizzati per aprire un dibattito più largo ma si è lasciato trascinare in una trattativa su una posizione di debolezza sempre più accentuata.

C’è stato poi il colpo di scena del referendum che sarà forse ricordato come il momento più alto della parabola del governo Tsipras e di Syriza. Per spiegare la vittoria al referendum e la sua immediata neutralizzazione, non troviamo parole migliori di quelle di Alain Badiou:

“In tutta questa faccenda, il referendum, e solo questo, creava uno spartiacque. Il governo aveva fatto appello al popolo. Il popolo aveva risposto positivamente, attendendo che il governo la mettesse agli atti. Era un momento unico. Ma Alexis Tsipras ha “risposto” dicendo… che avrebbe continuato a fare come prima. Ha rifiutato ogni coerenza, nelle concrete decisioni politiche, con ciò che lui stesso aveva organizzato. Un simile atteggiamento non è nemmeno etichettabile come di destra o di sinistra: Tsipras e i suoi consiglieri si sono dimostrati incapaci di fare ciò che sono riusciti a fare non dico grandi rivoluzionari, ma conservatori come de Gaulle o Churchill. Non hanno voluto o non sono riusciti a prendere – il che, questo è vero, accade di rado – una vera decisione politica: quella che crea una nuova possibilità, di cui occorre esplorare le conseguenze, mobilitando, ben al di là delle sole autorità politiche, tutti coloro che sono presi dall’urgenza dell’agire.”

Infine, il summit dei capi di stato dell’Eurozona del 12 e 13 luglio scorsi, i giorni del “waterboarding mentale” di Merkel e Schaueble sul primo ministro greco. Da quel momento in poi il “programma di Salonicco” con cui Syriza aveva vinto le elezioni del 25 gennaio è diventato lettera morta.

3) Riorganizzarsi con solidarietà per non perdere altre occasioni

Almeno questo al governo Tsipras deve essere riconosciuto: dopo i drammatici negoziati con l’Eurogruppo, la Bce, il Fmi, è chiara a tutti, quale sia la vera natura dell’Unione Europea, a chi servono gli equilibri intangibili dell’Euro e il meccanismo del debito. Alcuni sostengono che la prova di forza imposta alla Grecia, non sia stata altro che una dimostrazione della debolezza delle ragioni dei falchi del liberismo e che l’equilibrio del terrore imposto dal governo tedesco e dai suoi alleati all’intera Eurozona lo abbia screditato davanti all’opinione pubblica internazionale.

E’ a partire dal risultato che avranno le forze alternative all’austerità alle prossime elezioni politiche di Portogallo, Spagna e Irlanda che potremo valutare con più consapevolezza le conseguenze dei fatti degli ultimi mesi.

Tornando alla Grecia, la realtà che è seguita all’approvazione del terzo memorandum e le successive dimissioni di Tsipras, rimasto senza maggioranza, ci pone di fronte all’ennesima campagna elettorale greca con l’ex primo ministro e quel che rimane di Syriza, di fatto nella parte dei garanti del nuovo accordo imposto dai creditori.

Difficile consolarsi con le fumose promesse di ristrutturazione del debito da parte delle istituzioni europee o con il semplice cambio di nome di una Troika che diventerebbe quartetto con il Fondo Salva Stati o quintetto con il Parlamento europeo.  Anche sui pochi ma importanti provvedimenti della prima fase del governo Tsipras (la riapertura della televisione pubblica ERT, le riassunzioni nelle amministrazioni pubbliche) incombe la minaccia di un intervento dei creditori.

I provvedimenti già attuati previsti dal nuovo memorandum, i primi di una lunga e disastrosa serie, parlano da soli: aumento dell’iva, decurtazione di 100 euro delle pensioni minime, svendita degli aeroporti a società tedesche. In pratica Syriza è chiamata ad approvare tutto ciò che ha sempre contestato ai governi di Pasok e Nea Demokratia, realizzando ciò contro cui è nata e si è sempre battuta. Si ripeterebbe così la triste storia del governo di sinistra che svolge più facilmente di un governo di destra il lavoro sporco per conto dei poteri forti e delle classi dominanti, vendendo l’illusione che, gestendo il massacro, lo si possa attenuare.

Se l’austerità e le drammatiche condizioni economiche e sociali previste dal memorandum diventano la vera costituzione del paese, le elezioni anticipate saranno, bene che vada, solo un modo per confermare la forza numerica di Tsipras nel parlamento greco, in un quadro politico già deciso dalla Troika e consolidato.

E’ chiaro che solo una grande mobilitazione europea ed internazionale, fino a questo momento mancata, potrà misurarsi con qualche possibilità di vincere in un conflitto con avversari di questo tipo. Da quello che vediamo, le forze di sinistra anti-austerità in Europa sono ancora lontane dalla solidarietà reciproca, dall’organizzazione, e soprattutto dalla consapevolezza politica necessaria se veramente si desidera un cambiamento radicale.

4) Uscire dalla “cultura del leader”

I giorni dello scorso gennaio in cui Tsipras e Iglesias venivano acclamati dalle piazze di Atene al suono di una colonna sonora militante “First we take Manhattan, then we take Berlin” sembrano lontanissimi.
E’ proprio tenendo a mente questa immagine che pensiamo sia giunto il momento di fare i conti con una cultura del leader che, soprattutto in Italia, contribuisce a far perdere il senso della realtà e ad allontanare le classi subalterne dalla politica.

Ogni stagione politica della sinistra ha il suo “salvatore della patria”, un leader che viene innalzato fino all’adorazione e viene presentato ai lavoratori, ai disoccupati e agli esclusi come il nuovo messia. Poi, quando il gioco si rompe e il leader perde credibilità, chi lo ha innalzato o lo getta nella polvere o continua ciecamente a sostenerlo contro ogni evidenza.

Come Una città in Comune, lo abbiamo sempre detto e lo ribadiamo: noi non mettiamo nessuno sul piedistallo e rifiutiamo la logica del leader carismatico. I progetti politici o sono collettivi, o sono destinati a illudere e a deludere. Finché la sinistra e i movimenti non lo avranno capito, in Italia e, in modo più attenuato anche in Europa, continueremo a rimanere nella palude del personalismo, dei soggetti politici costruiti a tavolino, dei ceti politici che si riciclano e provocano l’allontanamento dalla politica delle classi sociali più povere e con meno interessi economici da difendere.

Cosa succederà nei prossimi mesi al popolo greco, è una previsione fin troppo facile da fare: un’economia ancora più disastrata, povertà e disperazione in aumento. Questo è il monito che la Germania e gli Stati del nord, primi interpreti degli interessi dei grandi capitali e della finanza, hanno voluto lanciare a chi disobbedisce e non si adegua alle regole che essi hanno stabilito per tutti.

Noi di Una Città in Comune continueremo a sostenere il coraggioso popolo greco, (che ricordiamo, ha avuto la forza di dire no al ricatto dell’Unione Europea “a banche chiuse”) con il progetto di solidarietà con la fabbrica autogestita Vio.Me di Salonicco, raccogliendo fondi e facendo conoscere la loro lotta. Siamo convinti che in tutta questa difficile vicenda che oppone, come sempre è stato, gli interessi dei ricchi e dei potenti contro le ragioni dei poveri e degli oppressi, la lotta continuerà. Noi ci saremo.

Il nostro progetto di solidarietà con la Grecia: http://unacittaincomunefirenze.it/progetta-solidarieta-grecia-2015/

Abbiamo parlato di Grecia anche qui:

http://unacittaincomunefirenze.it/grecia-no-al-ricatto-della-finanza/

http://unacittaincomunefirenze.it/greferendum-3-luglio-firenze-dice-oxi/

http://unacittaincomunefirenze.it/la-grecia-siamo-noi-mobilitiamoci-per-un-no-allausterity/

http://unacittaincomunefirenze.it/la-grecia-siamo-noi/

http://unacittaincomunefirenze.it/la-grecia-e-tutti-noi-approfondimento-formazione-e-proposta-dal-basso/

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>