Difendiamo il diritto al dissenso. Caselli spieghi le vere ragioni della sua mancata presenza all’Università

Il dibattito cittadino fiorentino seguito alla mancata presenza dell’ex giudice Caselli ad un convegno al Polo universitario di Novoli ha raggiunto livelli insopportabili di isterismo e strumentalizzazione. Sulle pagine dei quotidiani, quasi sempre indifferenti alle iniziative dei movimenti studenteschi si è gridato allo scandalo parlando di collettivi che dettano legge nei locali dell’Università, di poche decine di studenti che rovinano la reputazione di un Ateneo, di libertà di espressione negata nei confronti di altri studenti e di un’offesa ad un “eroe” della Repubblica italiana.

Con rispetto parlando per tutti gli attori di questa vicenda, ci sembra che qualcosa non quadri. Come è possibile che una personalità come Caselli, con quarant’anni di scorta sulle spalle e una carriera nelle inchieste per mafia e terrorismo decida di disertare un convegno in un’aula universitaria paventando pericoli per l’incolumità sua e degli organizzatori in seguito alla comparsa di volantini e striscioni “minacciosi”?

Davvero, non possiamo credere che una persona abituata a intimidazioni ben più serie e concrete possa dare tanto peso a cartelli e scritte sui muri provenienti da un gruppo politico ben conosciuto e non anonimo, come è stato erroneamente definito su alcuni giornali. Se l’ex giudice era a conoscenza di fatti più gravi e potenzialmente pericolosi avrebbe dovuto dirlo in maniera chiara. Caselli invece ha reagito in maniera scomposta, ha evitato il confronto sul merito e si è unito al vaniloquio degli anatemi provenienti dai media di regime definendo “canaglie” gli studenti che lo avevano chiamato nemico dei movimenti e ha puntato il dito contro l’eccessiva tolleranza da parte dei docenti dell’Università di Firenze.
Una bella lezione di stile è arrivata anche dal mondo accademico, con alcuni professori che hanno messo in scena una patetica riflessione sulle colpe degli insegnanti e la troppa accondiscendenza verso i giovani. Altri hanno addirittura evocato le brigate rosse e dichiarato di sentirsi responsabili “per aver cresciuto dei mostri”.

Di fronte a un contesto così degenerato sentiamo l’esigenza di mettere un paio di punti fermi. 

E’ evidente che una parte della carriera di Caselli, specialmente l’ultima, quella relativa alle inchieste sui movimenti No Tav della procura di Torino, non sia priva di ombre ed episodi da chiarire. Sarebbe stato interessante assistere ad un confronto su questi temi, specialmente a Firenze, città in cui l’Alta Velocità ha portato sì ad inchieste, ma tutte sul versante dei costruttori e delle istituzioni. Evidentemente Caselli, al culmine del suo narcisismo non vuole far luce su questioni che non gli restituiscono un’immagine di paladino dei diritti.

L’altro punto, ancora più grave, che ci preme sottolineare, è la reazione spropositata della gran parte dei media cittadini, interessati solo a strumentalizzare la vicenda e a stigmatizzare chi porta avanti idee diverse dai partiti di governo. I media ufficiali sembrano ormai assolvere al ruolo di agenzie di manipolazione del consenso, pronte a dispensare patenti di terrorismo a chi esprime un dissenso. Basta uno striscione con scritto “boia” per rendere degli studenti dei mostri, dei terroristi? Non erano tutti Charlie fino a poche settimane fa, quando davanti a vignette che ridicolizzavano simboli religiosi si facevano paladini della satira e della libertà di espressione?

Una Città in Comune denuncia questo clima di esasperazione in cui chiunque osi dissentire dal “pensiero ufficiale” viene additato come terrorista.  Continueremo a batterci contro l’ipocrisia e la malafede di un sistema politico e mediatico sempre più pervasivo che si regge anche sulla disinformazione e sulla distorsione della realtà.

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